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Cinema italiano di Fantascienza

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Storia del Cinema italiano di Fantascienza


La fantascienza made in Italy ha una precisa data di nascita. E' il 1958, quando Paolo Heusch realizza La morte viene dallo spazio, un dignitoso film che racconta la minaccia portata al pianeta Terra da una pioggia di asteroidi. Siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta, considerato il periodo aureo della sf, e Heusch (che qualche volta appare con lo pseudonimo di Richard Benson) si inserisce in un filone di chiara marca americana. Fotografia e effetti speciali erano del grande Mario Bava. Sono gli anni de L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, Don Siegel, 1956), Il pianeta proibito (Forbidden Planet, F. McLeod Wilcox, 1956), Radiazioni BX distruzione uomo (The incredible Shrinking Man, Jack Arnold, 1957), Fluido mortale (The Blob, I. S. Yeaworth Jr., 1958). Heusch apre la strada a prodotti fantastici italiani, come Caltiki, mostro immortale (Riccardo Freda, 1959), più ispirato agli incubi di Lovecraft che alla fantascienza, Space Men di Antonio Margheriti (Anthony M. Dawson, 1960), tentativo di fondazione della "space opera" all'italiana, e soprattutto Terrore nello spazio di Mario Bava (1965), film ricco di elementi horror e di suggestioni che saranno riprese molti anni dopo da un film come Alien di Ridley Scott (1979). Nel film di Bava gli equipaggi di due astronavi capitano sul pianeta Aura e vengono attaccati da esseri immateriali che si impadroniscono dei loro corpi; Bava, pur nella ristrettezza di risorse economiche, risolve abilmente il difficile problema di rappresentare il paesaggio extraterrestre e conferisce al racconto un'atmosfera di angoscia.
Margheriti-Dawson

Al di là dell'incursione di Mario Bava, regista ormai pienamente rivalutato ma più interessato all'horror e al genere gotico, la fantascienza italiana sembra un terreno per artigiani sbrigativi come Antonio Margheriti, già autore del non disprezzabile Space Men, ma pronto a inflazionare il genere con filmetti girati in serie. Nel 1965 Margheriti- Dawson dirige contemporaneamente quattro film di fantascienza: I criminali della galassia, I diafanoidi vengono da Marte, Il pianeta errante (Missione pianeta errante) e La morte viene dal pianeta Aytin. Il regista ha dichiarato di averli girati simultaneamente in 12 settimane e con pochi mezzi, utilizzando le stesse scenografie e gli stessi attori. Virtuosismo tecnico a parte, sullo schermo sono evidenti i difetti di tanta frettolosità, anche se fra gli attori compaiono professionisti come Franco Nero e Lisa Gastoni. I quattro titoli vennero realizzati per il mercato americano e distribuiti in momenti diversi in Italia.
Gli anni Sessanta segnano un picco quantitativo per la produzione di sf italiana e ci offrono qualche esempio non disprezzabile. Del 1963 è L'ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona, tratto dal romanzo I am Legend (Io sono leggenda, Urania) di Richard Matheson e interpretato da Vincent Price. Uno scienziato è l'unico sopravvissuto ad un'epidemia che trasforma gli esseri umani in vampiri impauriti dalla luce. Notturno e claustrofobico, il semisconosciuto film di Ragona è situato all'incrocio con il genere horror e sembra aver ispirato il George Romero de La notte dei morti viventi (The Night of the Living Dead, 1968). Ne è stata girata una versione per gli Usa, firmata da Sidney Salkow e nel 1971 Boris Sagal ha diretto il remake 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man), interpretato da Charlton Heston.

Fantascienza d'autore

Il film di Ragona ci conferma come una parte significativa della science fiction italiana si apparenti al genere gotico. Un'altra fonte di ispirazione è la fantascienza cosiddetta sociologica; poiché le logiche produttive non consentono budget troppo ricchi, non è di monster movies, infatti, che si alimenta il genere nostrano. Le battaglie fra gli eserciti terrestri e i dischi volanti non risultano troppo convincenti quando a dirigere c'è un italiano, come nel caso de Il pianeta degli uomini spenti del solito Margheriti (1961). Più consoni alle corde del nostro cinema sono titoli nei quali la fantascienza si mescola alla critica sociale. E' il caso di tre opere assai diverse ma in qualche modo "contaminate" dalla commedia come Il disco volante di Tinto Brass (1964), Omicron di Ugo Gregoretti (1964) e La decima vittima di Elio Petri (1965). Il film di Brass è quello più lontano dallo zoccolo duro della sci-fi; l'atterraggio di un disco volante in un paesino del Veneto innesca una satira politica che ricorda da vicino, è stato notato da più parti, Un marziano a Roma di Ennio Flaiano. I carabinieri interrogano i testimoni, ma tutto verrà messo a tacere con l'internamento in manicomio dei più onesti. Un Brass "anarchico", non ancora prigioniero delle sue fissazioni carnali, affida a Alberto Sordi quattro ruoli diversi: prete, brigadiere dei carabinieri, impiegato e nobile omosessuale.

Più spiccatamente politica la satira di Gregoretti. Omicron è un extraterrestre che si impossessa del corpo dell'operaio Angelo Trabucco (Renato Salvadori): finirà per immedesimarsi nel ruolo, dimenticherà la sua missione e morirà incitando gli altri operai allo sciopero. Accanto alla parodia della fantascienza americana, Gregoretti spinge sul pedale della satira sociale, criticando col sorriso sulle labbra l'organizzazione capitalistica del lavoro.

La decima vittima di Petri è tratto da un racconto di Robert Sheckley; alla sceneggiatura collaborò Ennio Flaiano. Si immagina un mondo futuro nel quale la violenza venga istituzionalizzata e incanalata nella "grande caccia": chi totalizza dieci vittime riceve un ricco premio e grandi onori. Sia Marcello Poletti (Marcello Mastroianni) che Caroline Meredith (Ursula Andress) hanno in carniere nove successi, e la donna dà la caccia all'uomo, che dovrà difendersi. Film ambizioso, con la produzione di Ponti, vede il regista inventare una Roma futuribile, con qualche graffio, per certi versi in anticipo sui tempi, nei confronti dell'invadenza della pubblicità e dei mass media. Il mix fra l'apologo futuristico e le situazioni della commedia all'italiana risulta ancora oggi gradevole.

Del 1967 è Barbarella, coproduzione italo-francese guidata da Dino de Laurentiis, con Roger Vadim in cabina di regia. In un trionfo di plastica e pop art, Jane Fonda-Barbarella si muove nel mondo del futuro (siamo nell'anno 40.000), contro lo scienziato malvagio Durand-Durand. Nel cast anche Marcel Marceau e Ugo Tognazzi. Il soggetto di questa avventura spaziale di gusto camp è tratto dall'omonimo libro a fumetti di Jean-Claude Forest.

Sessantotto e dintorni

Muovendoci in direzione anni Settanta, la contaminazione fra fantascienza e critica sociale si fa ancora più evidente. In H2S (1968) di Roberto Faenza, un giovane in rivolta contro il consumismo capisce che l'unica maniera per liberarsi è far saltare in aria tutto con una bomba. Qui siamo vicini alle tesi del Movimento studentesco, e nel film si respira veramente l'aria del '68. N.P. - Il segreto di Silvano Agosti (1971) denuncia un potere onnipotente che si appropria dell'invenzione di un ingegnere, una macchina in grado di trasformare i rifiuti in cibo. L'invenzione di Morel di Emidio Greco (1974), tratto dall'omonimo romanzo di Jorge Bioy Casares, propone una lettura stilisticamente curata dell'apologo che vede un inventore ideare una macchina capace di riprodurre la realtà, ma al prezzo della distruzione delle persone la cui vita viene "registrata".

Chiamami eros

Decisamente a cavallo con la commedia erotica e certamente influenzato dallo shock petrolifero dei primi anni '70 e dalle teorie reichiane è Conviene far bene l'amore di Pasquale Festa Campanile (1975), dove si immagina una civiltà del futuro alle prese con la penuria energetica. Finché non si scopre il sistema di trarre energia dai rapporti sessuali, e allora il coito diviene obbligatorio. Persino Ugo Tognazzi, in veste di regista, si cimenta con la fantasociologia ne I viaggiatori della sera (1979), tratto dal romanzo di Umberto Simonetta. Siamo in un futuro che non tollera più gli anziani. L'attempato disc jockey Ugo Tognazzi e la moglie femminista Ornella Vanoni hanno ormai compiuto il cinquantesimo anno di età e così, con la scusa di una crociera, vengono estromessi dalla società come accade ai loro coetanei.

Arrivano i replicanti

Negli anni Ottanta si assiste all'affievolimento della critica sociale e dell'esplorazione di un futuro che fa paura. Mestieranti come Margheriti e altri cineasti senza troppe pretese si dedicano alla realizzazione di cloni di successi americani o comunque di area anglosassone, girati in maniera svelta e con un occhio ai mercati cinematografici del Terzo mondo. I modelli sono Guerre stellari di George Lucas (Star Wars, 1977), Alien (1979), Interceptor di George Miller (Mad Max, 1979), 1997 Fuga da New York di John Carpenter (Escape From New York, 1981), Terminator di James Cameron (The Terminator, 1984), Robocop di Paul Verhoeven (1987).

E così vengono sfornati La guerra dei robot di Al Bradley, alias Alfonso Brescia (1978), Alien 2 sulla Terra di Ciro Ippolito (1980), Contamination di Luigi Cozzi (Lewis Coates) (1980), I guerrieri dell'anno 2072 di Lucio Fulci (1983), Il mondo di Yor di Antonio Margheriti (1983), Urban warriors di Pino Buricchi (1986), Alien degli abissi di Margheriti (1987), Alien killer di Alberto De Martino (1988), Robowar di Vincent Dawn, alias Bruno Mattei (1989) e altri titoli sui quali non varrà la pena di insistere.

In questo gruppo di registi dediti alle repliche merita una menzione Luigi Cozzi, che ha esordito ventiduenne, nel 1969, con Il tunnel sotto il mondo, interessante saggio di fantasociologia realizzato con pochissimi mezzi. Nel 1978 Cozzi, che si firma con lo pseudonimo americaneggiante di Lewis Coates, ha realizzato Starcrash (Scontri stellari oltre la terza dimensione), con la star dei B movies Caroline Munro. Un altro regista specializzato da ricordare è Mario Gariazzo (Roy Garrett), che nel 1978 ha firmato Occhi dalle stelle, un vero e proprio trattato di ufologia, presentato al Festival Internazione del cinema fantastico di Parigi del 1979.

Preistoria e strani incroci

Facendo un salto all'indietro nel tempo dobbiamo chiederci se prima del pionieristico La morte viene dallo spazio di Heusch, la storia del cinema italiano riservi esempi di film che si possano in qualche modo ricollegare al filone fantascientifico. La risposta è solo parzialmente positiva, con la riserva che nessun film prima di Heusch può essere considerato un lavoro di sf consapevole, depurato da elementi grotteschi, farseschi o parodistici.

La prima incursione degli italiani nel dominio della space opera risale al 1910, con Un matrimonio interplanetario di Enrico Novelli. Un terrestre si innamora di una marziana, e le dà appuntamento sulla Luna. Si incontreranno fra dodici mesi, tempo che lui impiegherà per costruire un vascello spaziale. Nel 1921, ancora in piena era del muto, Andrè Deed diresse L'uomo meccanico, un film recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna; del 1940 è 1000 chilometri al minuto di Mario Mattoli, farsa che cita ingenuamente Dalla terra alla luna di Jules Verne e vede i due protagonisti imbarcarsi per sbaglio su un razzo diretto verso Marte. L'astronave non arriva sul pianeta rosso, ma ritorna sulla terra. Decisamente grottesco più che fantascientifico è invece La macchina ammazzacattivi di Roberto Rossellini (1948), film nel quale i prodigi sembrano essere opera del diavolo, piuttosto che della tecnica.

Parodistico, invece, è Totò nella luna di Steno (1958), dove Pasquale (Totò), un editore di riviste per soli uomini finisce sulla Luna insieme ad una copia perfetta di Achille (Ugo Tognazzi),il fattorino che insidia la figlia dello stesso Pasquale, Sylva Koscina. Qui lo spunto del viaggio spaziale è poco più di un pretesto per una presa in giro dei film di fantascienza americani. Siamo dalle parti, per intenderci, di Gianni e Pinotto in Viaggio al pianeta Venere di Charles Lamont (Abbot and Costello Go to Mars, 1953). Ancora nel genere della commedia comica, senza troppe pretese, si può citare I marziani hanno dodici mani, di Castellano e Pipolo (1963). Nel film, interpretato da Paolo Panelli, Franchi e Ingrassia e Carlo Croccolo, i marziani atterrano a Roma e vengono catturati dalla dolce vita.

Di ben altra levatura l'episodio Famiglia felice del film Marcia nuziale di Marco Ferreri (1965), ambientato in un futuro disumanizzato, che vede il protagonista Ugo Tognazzi accoppiarsi con una bambola di plastica.
Tratto da: https://www.fantascienza.com/539/sf-made-in-italy-nirvana-e-gli-altri

 
 
 
 
 
 
 
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