Cinema italiano di Fantascienza - Andrea Ricca Presents

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Cinema italiano di Fantascienza



STORIA DEL CINEMA ITALIANO DI FANTASCIENZA


La  fantascienza made in Italy ha una precisa data di nascita. E' il 1958,  quando Paolo Heusch realizza La morte viene dallo spazio, un dignitoso  film che racconta la minaccia portata al pianeta Terra da una pioggia di  asteroidi. Siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta, considerato  il periodo aureo della sf, e Heusch (che qualche volta appare con lo  pseudonimo di Richard Benson) si inserisce in un filone di chiara marca  americana. Fotografia e effetti speciali erano del grande Mario Bava.  Sono gli anni de L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body  Snatchers, Don Siegel, 1956), Il pianeta proibito (Forbidden Planet, F.  McLeod Wilcox, 1956), Radiazioni BX distruzione uomo (The incredible  Shrinking Man, Jack Arnold, 1957), Fluido mortale (The Blob, I. S.  Yeaworth Jr., 1958). Heusch apre la strada a prodotti fantastici  italiani, come Caltiki, mostro immortale (Riccardo Freda, 1959), più  ispirato agli incubi di Lovecraft che alla fantascienza, Space Men di  Antonio Margheriti (Anthony M. Dawson, 1960), tentativo di fondazione  della "space opera" all'italiana, e soprattutto Terrore nello spazio di  Mario Bava (1965), film ricco di elementi horror e di suggestioni che  saranno riprese molti anni dopo da un film come Alien di Ridley Scott  (1979). Nel film di Bava gli equipaggi di due astronavi capitano sul  pianeta Aura e vengono attaccati da esseri immateriali che si  impadroniscono dei loro corpi; Bava, pur nella ristrettezza di risorse  economiche, risolve abilmente il difficile problema di rappresentare il  paesaggio extraterrestre e conferisce al racconto un'atmosfera di  angoscia.


Margheriti-Dawson.

Al di là dell'incursione di  Mario Bava, regista ormai pienamente rivalutato ma più interessato  all'horror e al genere gotico, la fantascienza italiana sembra un  terreno per artigiani sbrigativi come Antonio Margheriti, già autore del  non disprezzabile Space Men, ma pronto a inflazionare il genere con  filmetti girati in serie. Nel 1965 Margheriti- Dawson dirige  contemporaneamente quattro film di fantascienza: I criminali della  galassia, I diafanoidi vengono da Marte, Il pianeta errante (Missione  pianeta errante) e La morte viene dal pianeta Aytin. Il regista ha  dichiarato di averli girati simultaneamente in 12 settimane e con pochi  mezzi, utilizzando le stesse scenografie e gli stessi attori.  Virtuosismo tecnico a parte, sullo schermo sono evidenti i difetti di  tanta frettolosità, anche se fra gli attori compaiono professionisti  come Franco Nero e Lisa Gastoni. I quattro titoli vennero realizzati per  il mercato americano e distribuiti in momenti diversi in Italia.
Gli  anni Sessanta segnano un picco quantitativo per la produzione di sf  italiana e ci offrono qualche esempio non disprezzabile. Del 1963 è  L'ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona, tratto dal romanzo I am  Legend (Io sono leggenda, Urania) di Richard Matheson e interpretato da  Vincent Price. Uno scienziato è l'unico sopravvissuto ad un'epidemia che  trasforma gli esseri umani in vampiri impauriti dalla luce. Notturno e  claustrofobico, il semisconosciuto film di Ragona è situato all'incrocio  con il genere horror e sembra aver ispirato il George Romero de La  notte dei morti viventi (The Night of the Living Dead, 1968). Ne è stata  girata una versione per gli Usa, firmata da Sidney Salkow e nel 1971  Boris Sagal ha diretto il remake 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra  (The Omega Man), interpretato da Charlton Heston.


Fantascienza d'autore.

Il  film di Ragona ci conferma come una parte significativa della science  fiction italiana si apparenti al genere gotico. Un'altra fonte di  ispirazione è la fantascienza cosiddetta sociologica; poiché le logiche  produttive non consentono budget troppo ricchi, non è di monster movies,  infatti, che si alimenta il genere nostrano. Le battaglie fra gli  eserciti terrestri e i dischi volanti non risultano troppo convincenti  quando a dirigere c'è un italiano, come nel caso de Il pianeta degli  uomini spenti del solito Margheriti (1961). Più consoni alle corde del  nostro cinema sono titoli nei quali la fantascienza si mescola alla  critica sociale. E' il caso di tre opere assai diverse ma in qualche  modo "contaminate" dalla commedia come Il disco volante di Tinto Brass  (1964), Omicron di Ugo Gregoretti (1964) e La decima vittima di Elio  Petri (1965). Il film di Brass è quello più lontano dallo zoccolo duro  della sci-fi; l'atterraggio di un disco volante in un paesino del  Veneto innesca una satira politica che ricorda da vicino, è stato notato  da più parti, Un marziano a Roma di Ennio Flaiano. I carabinieri  interrogano i testimoni, ma tutto verrà messo a tacere con  l'internamento in manicomio dei più onesti. Un Brass "anarchico", non  ancora prigioniero delle sue fissazioni carnali, affida a Alberto Sordi  quattro ruoli diversi: prete, brigadiere dei carabinieri, impiegato e  nobile omosessuale.

Più spiccatamente politica la satira di  Gregoretti. Omicron è un extraterrestre che si impossessa del corpo  dell'operaio Angelo Trabucco (Renato Salvadori): finirà per  immedesimarsi nel ruolo, dimenticherà la sua missione e morirà incitando  gli altri operai allo sciopero. Accanto alla parodia della fantascienza  americana, Gregoretti spinge sul pedale della satira sociale,  criticando col sorriso sulle labbra l'organizzazione capitalistica del  lavoro.

La decima vittima di Petri è tratto da un racconto di  Robert Sheckley; alla sceneggiatura collaborò Ennio Flaiano. Si immagina  un mondo futuro nel quale la violenza venga istituzionalizzata e  incanalata nella "grande caccia": chi totalizza dieci vittime riceve un  ricco premio e grandi onori. Sia Marcello Poletti (Marcello Mastroianni)  che Caroline Meredith (Ursula Andress) hanno in carniere nove successi,  e la donna dà la caccia all'uomo, che dovrà difendersi. Film ambizioso,  con la produzione di Ponti, vede il regista inventare una Roma  futuribile, con qualche graffio, per certi versi in anticipo sui tempi,  nei confronti dell'invadenza della pubblicità e dei mass media. Il mix  fra l'apologo futuristico e le situazioni della commedia all'italiana  risulta ancora oggi gradevole.

Del 1967 è Barbarella, coproduzione italo-francese guidata da Dino de Laurentiis, con Roger Vadim in cabina di regia. In un trionfo di plastica e pop art, Jane Fonda-Barbarella si muove nel mondo del futuro (siamo nell'anno 40.000), contro lo scienziato malvagio Durand-Durand.  Nel cast anche Marcel Marceau e Ugo Tognazzi. Il soggetto di questa  avventura spaziale di gusto camp è tratto dall'omonimo libro a fumetti  di Jean-Claude Forest.


Sessantotto e dintorni.

Muovendoci  in direzione anni Settanta, la contaminazione fra fantascienza e  critica sociale si fa ancora più evidente. In H2S (1968) di Roberto  Faenza, un giovane in rivolta contro il consumismo capisce che l'unica  maniera per liberarsi è far saltare in aria tutto con una bomba. Qui  siamo vicini alle tesi del Movimento studentesco, e nel film si respira  veramente l'aria del '68. N.P. - Il segreto di Silvano Agosti  (1971) denuncia un potere onnipotente che si appropria dell'invenzione  di un ingegnere, una macchina in grado di trasformare i rifiuti in cibo.  L'invenzione di Morel di Emidio Greco (1974), tratto dall'omonimo  romanzo di Jorge Bioy Casares, propone una lettura stilisticamente  curata dell'apologo che vede un inventore ideare una macchina capace di  riprodurre la realtà, ma al prezzo della distruzione delle persone la  cui vita viene "registrata".


Chiamami eros.

Decisamente  a cavallo con la commedia erotica e certamente influenzato dallo shock  petrolifero dei primi anni '70 e dalle teorie reichiane è Conviene far  bene l'amore di Pasquale Festa Campanile (1975), dove si immagina una  civiltà del futuro alle prese con la penuria energetica. Finché non si  scopre il sistema di trarre energia dai rapporti sessuali, e allora il  coito diviene obbligatorio. Persino Ugo Tognazzi, in veste di regista,  si cimenta con la fantasociologia ne I viaggiatori della sera (1979),  tratto dal romanzo di Umberto Simonetta. Siamo in un futuro che non  tollera più gli anziani. L'attempato disc jockey Ugo Tognazzi e la  moglie femminista Ornella Vanoni hanno ormai compiuto il cinquantesimo  anno di età e così, con la scusa di una crociera, vengono estromessi  dalla società come accade ai loro coetanei.


Arrivano i replicanti.

Negli  anni Ottanta si assiste all'affievolimento della critica sociale e  dell'esplorazione di un futuro che fa paura. Mestieranti come Margheriti  e altri cineasti senza troppe pretese si dedicano alla realizzazione di  cloni di successi americani o comunque di area anglosassone, girati in  maniera svelta e con un occhio ai mercati cinematografici del Terzo  mondo. I modelli sono Guerre stellari di George Lucas (Star Wars, 1977),  Alien (1979), Interceptor di George Miller (Mad Max, 1979), 1997 Fuga  da New York di John Carpenter (Escape From New York, 1981), Terminator  di James Cameron (The Terminator, 1984), Robocop di Paul Verhoeven  (1987).

E così vengono sfornati La guerra dei robot di Al  Bradley, alias Alfonso Brescia (1978), Alien 2 sulla Terra di Ciro  Ippolito (1980), Contamination di Luigi Cozzi (Lewis Coates) (1980), I  guerrieri dell'anno 2072 di Lucio Fulci (1983), Il mondo di Yor di  Antonio Margheriti (1983), Urban warriors di Pino Buricchi (1986), Alien  degli abissi di Margheriti (1987), Alien killer di Alberto De Martino  (1988), Robowar di Vincent Dawn, alias Bruno Mattei (1989) e altri  titoli sui quali non varrà la pena di insistere.

In questo gruppo  di registi dediti alle repliche merita una menzione Luigi Cozzi, che ha  esordito ventiduenne, nel 1969, con Il tunnel sotto il mondo,  interessante saggio di fantasociologia realizzato con pochissimi mezzi.  Nel 1978 Cozzi, che si firma con lo pseudonimo americaneggiante di Lewis  Coates, ha realizzato Starcrash (Scontri stellari oltre la terza  dimensione), con la star dei B movies Caroline Munro. Un altro regista  specializzato da ricordare è Mario Gariazzo (Roy Garrett), che nel 1978  ha firmato Occhi dalle stelle, un vero e proprio trattato di ufologia,  presentato al Festival Internazione del cinema fantastico di Parigi del  1979.


Preistoria e strani incroci.

Facendo un  salto all'indietro nel tempo dobbiamo chiederci se prima del  pionieristico La morte viene dallo spazio di Heusch, la storia del  cinema italiano riservi esempi di film che si possano in qualche modo  ricollegare al filone fantascientifico. La risposta è solo parzialmente  positiva, con la riserva che nessun film prima di Heusch può essere  considerato un lavoro di sf consapevole, depurato da elementi  grotteschi, farseschi o parodistici.

La prima incursione degli  italiani nel dominio della space opera risale al 1910, con Un matrimonio  interplanetario di Enrico Novelli. Un terrestre si innamora di una  marziana, e le dà appuntamento sulla Luna. Si incontreranno fra dodici  mesi, tempo che lui impiegherà per costruire un vascello spaziale. Nel  1921, ancora in piena era del muto, Andrè Deed diresse L'uomo meccanico,  un film recentemente restaurato dalla Cineteca di Bologna; del 1940 è  1000 chilometri al minuto di Mario Mattoli, farsa che cita ingenuamente  Dalla terra alla luna di Jules Verne e vede i due protagonisti  imbarcarsi per sbaglio su un razzo diretto verso Marte. L'astronave non  arriva sul pianeta rosso, ma ritorna sulla terra. Decisamente grottesco  più che fantascientifico è invece La macchina ammazzacattivi di Roberto  Rossellini (1948), film nel quale i prodigi sembrano essere opera del  diavolo, piuttosto che della tecnica.

Parodistico, invece, è Totò  nella luna di Steno (1958), dove Pasquale (Totò), un editore di riviste  per soli uomini finisce sulla Luna insieme ad una copia perfetta di  Achille (Ugo Tognazzi),il fattorino che insidia la figlia dello stesso  Pasquale, Sylva Koscina. Qui lo spunto del viaggio spaziale è poco più  di un pretesto per una presa in giro dei film di fantascienza americani.  Siamo dalle parti, per intenderci, di Gianni e Pinotto in Viaggio al  pianeta Venere di Charles Lamont (Abbot and Costello Go to Mars, 1953).  Ancora nel genere della commedia comica, senza troppe pretese, si può  citare I marziani hanno dodici mani, di Castellano e Pipolo (1963). Nel  film, interpretato da Paolo Panelli, Franchi e Ingrassia e Carlo  Croccolo, i marziani atterrano a Roma e vengono catturati dalla dolce  vita.

Di ben altra levatura l'episodio Famiglia felice del film  Marcia nuziale di Marco Ferreri (1965), ambientato in un futuro  disumanizzato, che vede il protagonista Ugo Tognazzi accoppiarsi con una  bambola di plastica.
(Tratto da: https://www.fantascienza.com/539/sf-made-in-italy-nirvana-e-gli-altri)

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